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giovedì 21 gennaio 2010

I sogni dei nostri bambini

Uno sguardo sul mondo onirico dei nostri bambini può forse metterci maggiormente in contatto con loro..... su La Repubblica scuola, segui il link.

Le difficoltà di un percorso terapeutico.

Certamente un percorso psicoterapeutico ha le sue difficoltà, le sue regole (scientifico.professionali) ed è più facile andare da chi ti dice proprio quello che vorresti sentirti dire, ma...alla lunga cos‘è che permette dei cambiamenti, delle prese di coscienza che sono la premessa per un cambiamento di stato, per non chiamarla guarigione?

martedì 19 gennaio 2010

I tempi che viviamo

Viviamo tempi difficili che hanno inevitabilmente una influenza sulla nostra vita psichica.
La cirsi c’è, non c’è, è passata ?
Come terapeuta sento dai miei pazienti che la crisi non è passata, anzi, sento che ci siamo dentro sino al collo.
Sono cambiate in questi anni abitudini, forse valori, ma soprattutto prospettive.
E’ il futuro che non riusciamo più a vedere come amico, sono le difficoltà economiche quotidiane, ma non solo quelle, che ci rendono la vita più faticosa e più difficile .
C’è stato in questi ultimi anni un cambiamento di valori, un cambiamento di possibilità economiche che ha riguardato tutte le classi sociali e questo ha avuto conseguenze anche sul nostro comportamento quotidiano, siamo tutti più angosciati, tutti più preoccupati, quel senso di leggerezza o di ottimismo nei confronti del futuro che aveva caratterizzato i decenni precedenti sembra svanito e ad anni difficili subentrano anni altrettanto difficili.
Se dovessi elencare i cambiamenti che più hanno inciso sulla nostra vita e sulla nostra psiche in questi anni potrei stilare queste elenco in ordine temporale: il passaggio all’euro, la diffusione di internet ed il conseguente cambiamento di molti tipi di lavoro, la crisi economica degli ultimi due anni, da una parte. Dall’altre il cambiamento dei valori, la minore importanza (a torto o a ragione) data ad un certo tipo di cultura classica. In poche parole ci troviamo di fronte a quello che Baricco nel suo libro “I Barbari saggio sulla mutazione”, chiama cambiamento di paradigma. E’ così stiamo cambiando paradigma e non è facile adeguarsi. Ed anche la nostra psiche ha difficoltà a misurarsi con il nuovo paradigma che sta cercando di imporsi. Le classiche difficoltà del nostro modo di funzionare, di vivere nella società, nella famiglia, su lavoro, nel rapporto con lo psicoterapeuta non possono non risentire di tutto questo…. E non è una banalità

domenica 17 gennaio 2010

Articolo del Corriere della Sera sul Burn out dei Medici

Dati allarmanti sul «burnout» nei dottori e sulle possibili conseguenze per i pazienti. Molti arrivano ad ammettere il ricorso ad alcol e a droghe.

Il problema del burnout in campo medico è molto diffuso ma poco sentito: i medici curano, non si fanno curare! Non per nulla è esperienza comune che i medici sono i peggiori pazienti.
Ora, quella medica è una delle professioni più usuranti e stressanti, contatto continuo con la malattia, con la morte, richieste continue di rassicurazione da parte dei pazienti, orari e turni spesso massacranti ed una frustrazione di fondo per quella che è oggi la situazione delle strutture medice in Italia (fatte ovviamente le dovute eccezioni!). Ma quanto spazio viene dato al problema, quali spazi hanno i medici per esprimere i loro disagi, le loro difficoltà? Il medico è sempre più visto come una sorta di superman che non può sbagliare, avere dubbi. tentennamenti o altro.
Ma quanti sono i medici "bruciati" che non accettano di fermarsi, pensare, mettersi in discussione e trovare modi di svolgere la loro professione in maniera meno compulsiva, meno stressante e più soddisfacente per tutti?

mercoledì 13 gennaio 2010

Da "Il fatto quotidiano" Noi, allo specchio con l'uomo nero

"Noi, allo specchio con l'uomo nero"

10 gennaio 2010

Lo psicanalista Zoja: le paure ataviche e la benzina del leghismo

Il potenziale razzismo esplode e si arma di pistole e spranghe. Ma dove parte la miccia dell’intolleranza che infiamma la Calabria?
Luigi Zoja, psicanalista junghiano, abita lontano da Rosarno, ma vicino alla Chinatown milanese di via Sarpi. E avverte: "Quando scendo in strada sento parlare cinese. Negli Stati Uniti, i cinesi di Chinatown parlano inglese. Qui non c’è integrazione, né preoccupazione per la mancata integrazione".
Quella del diverso è una paura atavica. Cosa succede nella testa, rispetto all’altro da sé?
L’italiano è preparato alla percezione dell’altro molto meno che in altri paesi. Si è sempre detto scioccamente che l’italiano non è razzista. Ma dipendeva solo dal fatto che c’erano meno minoranze rispetto ad altri luoghi.
Perché l’Italia è meno preparata?
Perché non c’è tradizione. L’Inghilterra è da molto tempo abitata da pachistani, indiani e così via, a causa dell’impero coloniale. La Francia un po’ meno, ma comunque più di noi. La Germania ha visto un alto numero di immigrati e, come in Svizzera, una politica al riguardo c’è stata. Da noi tutto questo non è avvenuto: il problema vero si avrà tra una generazione. Come nell’estate delle banlieue parigine che andavano a fuoco: gli autori delle proteste erano francesi di colore. Seconda generazione: di lingua francese e passaporto francese, coscienti dei loro diritti. Quando i nostri immigrati stagionali saranno così evoluti, alzeranno le richieste.
Durante le sedute con i pazienti salta fuori la paura del diverso?
Il paziente che sceglie la psicoanalisi è generalmente piuttosto colto e sensibile, capace di autocritica. Chi ha bisogno di proiettare il male sull’altro ha un atteggiamento che definirei paranoico e incapace di autocritica. Penso che noi tutti siamo potenzialmente paranoici, ma controllati.
E quindi, potenzialmente razzisti?
Non c’è dubbio. I miei pazienti non sono mai razzisti, però nei loro sogni l’uomo nero ricorre, sempre come rappresentazione della paura.
E cosa vuol dire?
Che l’altro è avverito come minaccioso. È una distinzione primordiale, di tipo animale. Vede, gli animali tra specie diverse possono uccidersi. Erik Erikson parlava di pseudo-speciazione. L’animale ha l’istinto per distinguere una specie diversa. L’essere umano, che è animale complicatissimo e invasivo, non riconosce più l’altro essere umano se ha tratti diversi, abiti diversi, lingua diversa. Perché se il cane annusa il cane e lo riconosce, l’uomo percepisce l’altro attraverso sistemi culturali. E se l’altro è troppo diverso non lo capisce. La pseudo-speciazione è l’illusione che l’altro appartenga a un’altra specie, non a un’altra razza.
Ma il cavallo e l’asino si accoppiano e nasce il mulo.
È l’eccezione limite. Ma il mulo è sterile e quindi la cosa si ferma lì. Mi sono riletto recentemente il Mein Kampf, per un libro sulla paranoia che sto scrivendo: lì Hitler fa il salto. Dice che gli animali non accettano quelli di un’altra specie. E poi prosegue, come fanno i manipolatori, e dice: "quindi un’altra razza è troppo diversa, bisogna allontanarla e se non si può, eliminarla". Passa da specie a razza. Ma dobbiamo tener molto ben presente la distinzione. Se noi ci accoppiamo con un cinese, nasce un essere umano perfetto. Anzi l’umanità è andata avanti su questo. Gli esquimesi, nei tempi in cui erano davvero isolati, quando arrivava uno straniero lo facevano dormire con la moglie. Non facevano un ragionamento, ma l’istinto li portava a sapere che l’endogamia è geneticamente dannosa.
Come si combatte la paura dell’uomo nero?
Fa parte dei compiti civili dell’uomo tenere controllato l’animale dentro di sé. Anch’io se vedo l’uomo nero troppo diverso, mi fermo a guardarlo. Come guardo una bella donna. Ma una cosa è che mi caschi l’occhio, un’altra che io dia un pizzicotto a quella signora. Così se guardo un uomo perché istintivamente diverso, non devo dare un seguito aggressivo a questa pulsione.
Non aiuta che un ministro dica “troppa tolleranza”.
Non bisogna commentare le sciocchezze. Ci dovrebbero essere educazione e prevenzione. Non creare ghetti. Invece noi che facciamo? Aspettiamo che ci scappi il morto.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio
http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2415619&yy=2010&mm=01&dd=10&title=noi_allo_specchio_con_luomo_ne

martedì 12 gennaio 2010

Articolo da Pagine Mediche

Ci rende più felici una buona psicoterapia o una vincita milionaria?

Chi non ha pensato, almeno una volta, che una vincita alla lotteria o un aumento inaspettato di stipendio fossero sufficienti per sentirsi più felici e soddisfatti?
Sicuramente il benessere economico rende più sereni ma da un recente studio dell’Università di Warwick sembra arrivare la conferma che “non è il denaro a fare la felicità”.
La vera chiave di volta sarebbe, infatti, il benessere psicologico: secondo Chris Boyce, a capo della ricerca britannica, la nostra società sopravvaluta il benessere economico a discapito della salute e dell’equilibrio psicofisico.
Se riusciamo ad essere in pace con noi stessi ecco che tutto il mondo intorno a noi ne trarrà giovamento.
Meglio, quindi, una seduta da un ottimo psicoterapeuta?
Secondo Boyce, investire circa 900 euro per una efficace psicoterapia vale la stessa felicità che otterremmo da una vincita di 28.000 euro.
E, viste le probabilità di vittoria, conviene forse lavorare sull’equilibrio mentale invece che aspettare che la dea bendata faccia la sua scelta.
Una vincita o l’aumento di stipendio ci danno, quindi, la percezione di risolvere i problemi materiali o di realizzare i nostri desideri, ma se riusciamo a superare i disagi e le difficoltà che bloccano il nostro Io, secondo lo studio, il risultato è praticamente equivalente.

Se volete approfondire questo è l'indirizzo:

http://news.paginemediche.it/it/231/la-mela-del-giorno/psicologia/detail_124596_ci-rende-piu-felici-una-buona-psicoterapia-o-una-vincita-milionaria.aspx?c1=80

lunedì 11 gennaio 2010

Articolo del Sole 24 ore di domenica 10 Gennaio 2009

In Italia abbiamo una storia recente dell‘assistenza psichiatrica che si colloca idealmente all‘avanguardia, ma che non ha saputo fornire strutture, servizi, leggi, regole adeguate all‘abolizione dei manicomi. Le famose strutture intermedie localizzate sul territorio non sono mai state realizzate o lo sono state in forme ed in strutture del tutto inadeguate. Il bisogno all‘assistenza psichica, quindi, non solo quella grave, ma soprattutto quella più lieve, più subdola, quella insomma che tutti possono vivere quotidianamente in alcuni periodi della propria vita, è allo stato attuale negata ed affidata o alla sensibilità del medico di base o all‘iniziativa del singolo paziente disperso nel panorama di operatori non sempre professionalmente adeguati. Non esiste, ad esempio, una rete diffusa e affidabile di consultori che possono filtrare sofferenze e ricondurle alla loro specificità: ovvero se si tratti di vere e proprie patologie al loro esordio oppure di episodi che necessitano di un sostegno psicologico temporaneo. La situazione è, per certi versi, paradossale, ci facciamo un vanto di leggi sull‘assistenza psichiatrica all‘avanguardia, e poi non abbiamo una cultura dell‘aiuto psicologico/psichico diffuso professionale e facilmente fruibile dai più.